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LA BANCA E "IL LAUREATO" - TRE QUESTIONI APERTE

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LA BANCA E "IL LAUREATO" - TRE QUESTIONI APERTE

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Pubblicato in carriera_operativa · Lunedì 17 Nov 2025 · Tempo di lettura 4:00
LA BANCA E "IL LAUREATO" - TRE QUESTIONI APERTE
a) Concorsi per Vice Assistenti laureati.
b) Premio di laurea “made in 1983”.
c) Il senso odierno dei voti minimi richiesti.
Una delle frasi chiave del film “Il laureato” è “Vedi, è come se partecipassi a un gioco con delle regole che per me non hanno senso”.
Le regole di un’istituzione devono invece avere sempre senso, per tutti i suoi componenti. Altrimenti diventa complicato creare e mantenere nel tempo quel filo comune che è essenziale per il benessere di tutti e per produrre risultati di eccellenza.

Parliamo, per l’appunto, del rapporto non sempre lineare della Banca d’Italia con il “fattore-laurea”.

Esistono, a nostro avviso, almeno tre questioni aperte.

La prima, è l’ingiustizia perpetrata con il concorso per Vice Assistente bandito nel 2017 che - per il gioco perverso del limite al numero dei partecipanti agli scritti, e l’attribuzione di punteggi importanti per il voto di laurea (magistrale!) per potervi accedere - determinò di fatto l’obbligo della laurea per quei Vice Assistenti, unici insieme agli Esperti a necessitare di cotanto percorso universitario.
L’ingiustizia di rendere di fatto necessaria la laurea per far svolgere (sulla carta) solo compiti esecutivi non è mai stata sanata, ed un modo sia pur tardivo di “compensarla” andrà trovato in sede di riforma delle carriere.

La seconda, è costituita dalle modalità del c.d. “premio di laurea”, ossia l’importo aggiuntivo che è riconosciuto a chi - all’interno dell’Area Operativa - possiede una laurea tra quelle contemplate dall’art. 136/II R.P..
Il Regolamento del Personale lo conosciamo: per tutto quel che riguarda l’Area Operativa, risale ai tempi delle tv in bianco e nero, e infatti prevede che ai fini del premio di laurea siano utili solo i titoli universitari del vecchio ordinamento tassativamente elencati nel Regolamento del 1983, e le lauree dichiarate equivalenti “a tutti gli effetti”. Non sono considerati i titoli equivalenti o equipollenti (validi però per l’accesso ai concorsi).

Al di là degli arzigogoli da legulei, la cosa incomprensibile è il motivo per il quale non si sia mai messo mano a quell’articolo del Regolamento, che così formulato esclude dal premio di laurea numerosissimi colleghi con lauree estremamente qualificanti e richieste dalla Banca stessa per poter sostenere concorsi esterni: da svariati indirizzi economici fino alla laurea in comunicazione - materia sulla quale la Banca investe più in strutture che in persone, a riprova che, a furia di focalizzare tutto su due-tre corsi di laurea, ancora in Banca non è chiaro come si gestisce l’organizzazione, il personale e - per l’appunto - della comunicazione.
Anche questo tema è materia evidente per una vera riforma dell’Area Operativa.

La terza questione è, per certi aspetti, più spinosa. Da sempre, nei concorsi esterni per laureati, la Banca pone l’asticella del voto molto alta (da 105/110 in su). Questo ha contribuito per molti anni a selezionare un personale di assoluto valore, in uscita da università non così dissimili come standard di preparazione degli studenti.
Sarebbe sempre utile porsi il problema se le norme (o, in questo caso, le prassi) mantengano la loro validità nel tempo.
Ad esempio, occorrerebbe chiedersi seriamente se le università italiane continuino a essere tra loro comparabili come standard di preparazione richiesta agli studenti, e come “facilità” di raggiungere votazioni finali di assoluta eccellenza, oppure se, ma è solo un esempio, l’avvento delle università online più disparate non abbia mutato fortemente il quadro esistente.
Per dirla in modo spiccio: davvero un 105 all’Università Telematica Pinco Pallino vale più di un 103 alla Bocconi di Milano, o alla Sapienza o Tor Vergata di Roma,  o al Politecnico di Torino, o alla Federico II?

Se la risposta è no, occorrerebbe una riflessione urgente: se mantenere un requisito di voto così elevato fingendo di credere sia garanzia di eccellenza, nascondendosi che il mondo che è cambiato,  o se non sarebbe meglio abbassare l'asticella e lasciare alle prove preselettive, alle prove scritte e a quelle orali il compito di verificare chi ha, nella realtà dei fatti, più filo da tessere.

§§§

Su tali questioni invitiamo l’Amministrazione a una riflessione comune e senza pregiudizi, per poter eventualmente intervenire, nelle sedi opportune.
Le regole, come dicevamo in premessa, devono sempre avere senso.


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