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Accordi e disaccordi - rapporti tra sindacati e ciò che serve al personale

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Accordi e disaccordi - rapporti tra sindacati e ciò che serve al personale

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Pubblicato in relazioni con altri sindacati · Lunedì 11 Ago 2025 · Tempo di lettura 4:00
Accordi e disaccordi
rapporti tra sindacati e ciò che serve al personale

Negli ultimi giorni - a leggere le cronache - fuori dalla Banca si sono consumati altri 62 strappi tra la CISL e il “mondo” CGIL: dal ponte sullo Stretto alla strage di Bologna, dalla Commissione nazionale permanente del CNEL per la partecipazione dei lavoratori – aderisce la CISL, non aderisce la CGIL – ai continui contrasti su numerose crisi aziendali che tengono banco nelle sedi competenti.

La realtà interna della Banca d’Italia mostra un’immagine completamente diversa, dato il rapporto gelatinoso tra CGIL e CISL, con l’una che ha ormai assunto un ruolo ancillare rispetto all’altra.
E’ una cosa buona, a prima vista: di conflitti sindacali ce ne sono sempre troppi. E ci aspetta una stagione molto complessa sul piano negoziale: dalla storia infinita del riassetto territoriale, a quella “infinita al cubo” della riforma dell’Area Operativa, dalla verifica mai realizzata dell’Area Manageriale (e dell’accordo sul lavoro da remoto) a numerose tematiche previdenziali. Se davanti a questa impresa titanica si riducesse il tasso di sciocchezze strumentali che i dissidi tra sindacati generano a cascata, sarebbe una gran cosa.

Però, diciamo le cose come stanno. Ai colleghi è certamente utile che siano moderate le polemiche sindacali, ma è ancor più utile che ci sia chiarezza nelle posizioni di ciascuno sui temi negoziali.
Se all’esterno, basta una nomina, o la dichiarazione di un Ministro per scatenare guerre termonucleari, come mai all’interno della Banca d’Italia, persino la radicale diversità di idee tra CGIL e CISL sul sistema di inquadramento, ad es. sull’Area Manageriale, resta confinata nell’iperuranio, pur di non disturbare un soave rapporto che - evidentemente - prescinde dalla concreta unità d'intenti?
Che succede quando si varca la soglia di Palazzo Koch? Qual è il collante di quel rapporto?

Viene il dubbio che il collante sia il “nemico comune”. E va bene anche questo: come diceva Umberto Eco, “costruire il nemico” definisce la propria identità e serve a misurare, nell’affrontarlo, il proprio valore. E l’occasione per “scegliere” un nemico di alto livello c’era tutta: la controparte naturale di un sindacato, con le sue proposte indecorose, come quella sulla rete territoriale, o quella precedente sull’Area Operativa, o l’evanescenza su altri campi negoziali.
E invece no, non è quello il nemico comune su cui CISL e CGIL misurano il loro valore: le proposte datoriali - lungi dallo scatenare la “rivolta sociale” - hanno rinsaldato gli animi sulla quieta presa d’atto della volontà del padrone, dal quale pietìre la possibilità di “qualche aggiustamento al margine”, il classico osso che non si nega mai al cagnolino fedele.
Non fosse che anche la UIL ha da tempo preso le distanze da quello strano inciucio, mantenendo una posizione chiara e ferma su temi negoziali cruciali, come il piano di sotto-sviluppo della Rete Territoriale, penseremmo di essere strani noi.
Il nemico comune scelto, più modestamente, sono i sindacati di maggioranza. Quelli cioè che si oppongono alle indecenze, che scioperano quando la misura è colma, che difendono i lavoratori, che si caricano delle responsabilità negoziali e che zitti zitti, nel giro di un annetto hanno portato a casa un incremento delle buste paga del 5,5% (dovuti e non solo).
Invece, fateci caso, è sempre colpa nostra: se la Banca non convoca è colpa nostra; se convoca e dice scempiaggini, è colpa nostra; addirittura se una Direzione periferica sbaglia l’applicazione di una norma, in un caso su decine di colleghi e per il quale viene subito richiamata all’ordine, è colpa nostra. Un teatrino che scimmiotta il can-can della ridicola politichetta italiota, che ha bisogno del “mostro” dall’altra parte per nascondere sotto al tappeto contraddizioni e “non detti”. Tra i quali, magari, esser pronti a concedere di tutto alla Banca: una riforma dannosa in cambio di un pugno di diarie, il sacrificio professionale di intere categorie in cambio di vantaggi per lobby ben individuate.

Insomma, piuttosto che chiederci cosa unisce questo o quell’altro, tutti dovrebbero chiedersi se non sia molto più importante "unire verità e attività sindacale, onestà intellettuale e coraggio".
Il coraggio di rimanere scomodi, per la Banca e per i suoi ausiliari, si alimenta unicamente della vostra forza e del mandato di continuare a fare il nostro mestiere. Per davvero.



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