9-10 - SINDACATO INDIPENDENTE BANCA CENTRALE

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9-10

COSA SCRIVIAMO

CHI QUERELA IL PETROLIO?

Forse per festeggiare l'introduzione in Banca d'Italia del nuovo modello contrattuale, il prezzo del petrolio ha improvvisamente ripreso a crescere. Vi chiederete: che c'entra?
C'entra eccome, perché quell'accordo cornice, firmato in cambio di nulla e con fretta mai spiegata, mentre glissava alla grande su tutti gli elementi che sarebbero tornati a vantaggio del personale (ad es. ristoro per vacatio contrattuale) si è premurato di mettere nero su bianco l'imperituro aggancio dei nostri recuperi inflativi all'indice IPCA, sagacemente "depurato dell'andamento dei prezzi dei beni energetici".
Quando si dice la sfiga: non era passata una settimana dalla firma del FALBI/CISL sull'accordo, e il Sole 24 Ore già strillava: "I carburanti guidano il rialzo dell'inflazione", e addirittura (24 febbraio): "A gennaio la benzina cresce del 17,9%". Rialzi a orologeria, si direbbe. Rialzi che peraltro continuano senza freni: "Rally del petrolio" (Sole 24 Ore, 10 marzo), un rally tanto impetuoso da preoccupare persino "Avvenire": "Un pieno di 'dolori' - Ritorna il caro-benzina" (20 marzo).
Pensate che - in cambio di niente, grazie al mini-accordo su indice IPCA e nuovo modello contrattuale - di quel 17,9% e di tutti gli aumenti connessi noi non recupereremo nemmeno un centesimo, né oggi, né quando mai verranno riconosciuti i mirabolanti differenziali inflativi (i quali - come volevasi dimostrare - ammontano a "zero centesimi" anche nello stipendio di oggi, per il tripudio dei colleghi). Il che chiarisce il senso della "svolta" e del "nuovo corso" decantati nei volantini del Falbi/Cisl: il nostro potere d’acquisto è finito nelle mani di un pugno di sceicchi arabi. Più svolta di così...
Post scriptum: la newsletter del 25 febbraio scorso - relativa al fallimentare avvio del "nuovo corso" sindacale in Bankitalia - ha fatto molto arrabbiare la Falbi e la Cisl, che ci hanno prontamente invitato al silenzio con due distinte minacce di querela per aver utilizzato il termine pizzo nella newsletter medesima. Vogliamo esprimere grande amarezza per questa iniziativa, che rischia di complicare i rapporti fra chi dovrebbe rappresentare interessi comuni: quelli del personale. Val bene chiarire che, all'interno della newsletter, nessuno ha mai utilizzato il termine pizzo con riferimento a comportamenti estorsivi, né ad associazioni criminali. Siamo certi che non ci siano mafiosi tra i sindacalisti della Banca d'Italia, e sappiamo pure bene che nessun Sindacato ha il potere di estorcere alcunché dalla busta paga dei nostri colleghi. Non c'era quindi alcuna possibilità di fraintendimento: come ben noto, la parola pizzo è ormai utilizzata, nel senso comune, per indicare in modo figurato un disvalore che si attribuisce a determinati comportamenti e situazioni.
Piuttosto, ci stupisce e ci allarma per il futuro dei colleghi che i c.d. sindacati di maggioranza non abbiano nemmeno provato a rispondere con argomenti sindacali alle severe critiche di quella newsletter (aver regalato un accordo alla Banca, dopo aver impedito al personale il riconoscimento di provvidenze per diversi milioni di euro, avendo appena spergiurato che non bisognava firmare niente fino alla riforma delle carriere).
Evidentemente incuranti del fatto che la realtà è più forte di qualunque bavaglio, e sarà dura trovare un avvocato disposto a querelare pure il petrolio il cui andamento getta sugli accordi sottoscritti un discredito ben maggiore della più acuminata newsletter di questo mondo.
Vi terremo informati sugli sviluppi della vicenda. Tuttavia, vogliamo chiarire sin d'ora che – se questo è il prezzo che bisogna pagare in questo Paese per dire la verità - noi continueremo a farlo. Speriamo siano molti i colleghi che vogliano esprimere concretamente il loro apprezzamento per la nostra onestà intellettuale e ci supportino con una convinta adesione.

 
 
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