MENSA SANA O LIBERA SCELTA
Oportet ut scandala eveniant, dicevano i latini: è necessario che gli scandali avvengano. Sarebbe meglio se avvenissero nei tempi giusti, invece che “a babbo morto”. Ma tant’è, tocca accontentarsi.
Parliamo della mensa. Senza aspettare gli scioperi, le etichette di scadenza alterate e altre amenità, da oltre un anno il SIBC denuncia lo scomposto tentativo della Banca di risparmiare sulla nostra pelle, anzi sui nostri stomaci: l’appalto appena assegnato era infatti basato solo “formalmente” su un complesso di fattori quali-quantitativi. L’unico fattore davvero rilevante per aggiudicarsi la gara era il risparmio per “mamma Banca”. Solo con un appalto siffatto fu possibile riesumare il peggiore gestore di mensa degli ultimi decenni: la Onama (ridenominata Compass), che ai suoi tempi era stata accompagnata alla porta d’uscita per una serie di disservizi di cui molti colleghi serbano imperitura memoria.
Ma tant’è: cosa fatta, capo ha.
Lo scandalo vero arrivò subito dopo, nel silenzio (distratto? complice?) di ogni altro attore della messinscena. Dopo poche settimane dall’avvio della gestione, la Compass bussò alla porta dell’Amministrazione (Acquisti e Dotazioni) per chiedere nuove condizioni: il menu fissato nel capitolato di gara non le garbava più. Era scomodo e difficilmente applicabile (soprattutto: era costoso rispetto alla miseria che aveva chiesto alla Banca per applicarlo). Andava cambiato.
Uno si sarebbe aspettato che - a poche settimane da una regolare gara d’appalto, basata su un dettagliatissimo capitolato e menu settimanali predisposti dalla Banca - l’Amministrazione prendesse a calci il latore di una simile pretesa di rivedere le regole del gioco. O quantomeno, proprio a voler esser buoni, che si accertasse che le modifiche richieste non fossero tali da alterare in alcun modo né la regolarità della gara (attraverso una surrettizia riduzione ex post del costo delle prestazioni richieste ai fornitori) né la qualità dell’alimentazione dei colleghi.
Invece, la Banca disse: signorsì. Fu così che i tavoli dei colleghi si riempirono di verdure surgelate egiziane in luogo di quelle fresche previste in appalto, di pesci d’allevamento invece che di mare, di carni di squalo ricolme di mercurio come nemmeno un vecchio termometro.
Passò poco tempo - tale è la potenza che deriva dal senso di impunità - e arrivarono rifornimenti di alimenti prossimi alla scadenza, fagioli biologici provenienti nientemeno che dalla Cina, sospetti colibatteri (mensa Roma Tuscolano), utilizzo di lavoratori interinali, mancanza di pietanze e panini già a metà dei turni mensa, incuria dal punto di vista igienico, etichette sovrapposte per non far emergere l’avvenuta scadenza degli alimenti, e via andare.
L’inerzia della Banca - in questo quadro - è stata stupefacente, e noi siamo in effetti rimasti a lungo soli nel contrastare lo “scadimento del rancio”. Fino al momento in cui i colleghi - ignari del reale contenuto dei piatti loro serviti - si sono giustamente lamentati quando, scioperando i lavoratori di alcune linee della mensa, non hanno proprio potuto usufruire del servizio.
Molti colleghi ci chiedono di sollecitare la Banca per una scelta di libertà: chi sceglie di non fruire della mensa, abbia un buono pasto. Noi pensiamo che la mensa - dove è presente - sia una risorsa importante, che dovrebbe garantire l’alimentazione di tutti noi. E pensiamo che, prioritariamente la Banca debba lavorare con serietà ed esercitare le sue responsabilità, invece di lavarsene le mani.
Il buono-pasto, pertanto, dovrebbe essere considerato opzionale e non sostitutivo dell’istituto-mensa. Ma è certamente opportuno cominciare a rifletterci su. Riflettere fa sempre bene: in certi casi, pure allo stomaco.